10 copertine per capire l’estetica punk

Da qualche anno da H&M si vendono t-shirts con il logo dei Ramones. Il momento tanto temuto in cui la parola punk sarebbe stata fagocitata, digerita e svuotata del proprio significato per essere data in pasto ai pulcini della cultura di massa, è arrivato. Perché farla così tragica proprio su questo fatto? D’altra parte le magliette con Eddie the Head degli Iron Maiden addosso a brufolosi metallari di ogni età, sono un fatto culturalmente accettato da anni qui nel paese in via di sviluppo di mille culture, da sempre importate dall’estero.

C’è un motivo per il quale Correggio può essere la Memphis dell’Emilia Romagna e invece la San Francisco del 1977 non potrà mai essere replicata in nessun altro tempo e luogo? Quanto è giusto o sbagliato comprare e indossare una maglietta con il logo di un gruppo punk senza conoscere, almeno in modo superficiale, la genesi di quei pochi semplici tratti entrati da poco nell’immaginario pop dei giorni nostri? Scopriamolo. Scaviamo almeno un centimetro della punta dell’iceberg attraverso dieci copertine di dischi punk che hanno fatto la storia di un movimento totale che fece nascere dalla fine degli anni Settanta, musica, arte e nuovi media come mai prima.

10. The Sex Pistols – “Never Mind The Bollocks Here’s The Sex Pistols” (1977)

The Sex Pistols – “Never Mind The Bollocks Here’s The Sex Pistols” (1977)

Con i loro famosissimi anatemi “God save the queen” e “Anarchy in the UK” i Sex Pistols sono il gruppo punk ’77 inglese per eccellenza: capelli colorati, spille da balia e ribellione. Le basi.

Johnny Rotten, Sid Vicious e soci non erano però degli sprovveduti nemmeno ai tempi dell’uscita del loro primo lavoro. Uscire con un titolo che in sé una sconcezza espressa in slang londinese, gli valse subito un’azione legale. La Virgin ed il gruppo verranno giudicati non colpevoli grazie alla caratteristica della lingua inglese, di cambiare significato a seconda del contesto in cui la parola venga usata (in questo caso la parola bullocks).

L’autore della copertina, l’artista Jamie Raid, a proposito di questo lavoro che di fatto gettò le basi per tutta l’estetica punk fatta di collage, applicazioni e colori: “ho sempre visto il punk come una parte di un movimento d’arte centenario, con radici di agitpop russo, surrealismo, dada e situazionismo.”

9. Dead Kennedys – “In God We Trust, Inc.” (1981)

Dead Kennedys – “In God We Trust, Inc.” (1981)

Il nome della band è già tutto un programma e questo EP di metà carriera di uno dei gruppi più importanti di San Fancisco – California, mantiene la linea. Uscito per l’etichetta indipendente di proprietà del cantante dei Kennedys, l’Alternative Tentacles, questo album porta la firma di Winston Smith al secolo James Patrick Shannon Morey.

Smith che si diede come nome d’arte quello del protagonista del romanzo “1984” di Orwell, fu studente all’Accademia di Belle Arti di Firenze e roadie per molte band prima di diventare un artista e firmare il suo trentennale sodalizio con Jello Biafra: personaggio pubblico e politico chiave per tutto il movimento.

8. Discharge – “Hear nothing, see nothing, say nothing” (1982)

Discharge – “Hear nothing, see nothing, say nothing” (1982)

Inglesi, inventori di un sotto-genere detto D-beat (caratterizzato da un particolare incedere della batteria) e del chiodo borchiato. Un gruppo-ponte tra la New Wave of British Heavy Metal e punk rock che, d’altro canto, condividevano la stessa violenza sonora. Mentre i loro colleghi politicizzati contemporanei statunitensi si divertivano a imbrattare le facce del presidente Reagan, i Discharge reagivano alla situazione politico-sociale inglese con un artwork minimale, nichilista e buio come quello scelto per la copertina del loro primo lavoro realizzato su vinile.

7. Crass – “Penis envy” (1981)

Freudiana la copertina di “Penis envy” del collettivo anarchico inglese guidato da Steve Ignorant. I Crass sono stati la formazione anarco-punk per eccellenza, mai eguagliati per carica iconoclasta e asprezza della lotta contro militarismo, capitalismo e autorità.

Crass – “Penis envy” (1981)

Contro tutti, anche contro lo stesso movimento punk che negli anni Ottanta cominciava ad assumere pose sessiste e “macho” con l’hardcore. I loro dischi erano vere opere d’arte claustrofobiche con poster e grafiche in bianco e nero di dirompente forza visiva. Il loro simbolo, a firma di David King, è un portentoso studio di design. Una croce cristiana, la Union Jack inglese e un serpente a due teste a unire i due più potenti simboli del potere.

6. Black Flag – “Nervous Breakdown” (1978)

La bandiera nera di Los Angeles: uno dei gruppi culto tra i gruppi punk hardcore americani, paladini del “fallo da solo” e dell’autoproduzione, legano tutta la loro discografia e la loro carriera all’artista Raymond Pettibon, figura che in tempi recenti si è finalmente affermata come uno dei nomi di punta dell’arte contemporanea mondiale.

Black Flag – “Nervous Breakdown” (1978)

Abbiamo parlato all’inizio di nuovi media creatisi nel contesto punk: dischi, ma soprattutto fanzine e pamphlets clandestini subito riconoscibili come un codice segreto, ovvero i flyer dei concerti. Pubblicizzavano eventi con set da dieci minuti a band, nella migliore delle ipotesi in un qualche scantinato con strumentazione e amplificatori al limite, aspettando l’arrivo della polizia per sgomberare tutto e fuggire. Raymond Pettibon col suo stile bianco e nero inconfondibile, assieme a tantissimi altri artisti disseminati in ogni cittadina degli Stati Uniti, ha diffuso la propria arte su fogli ciclostilati, creando di fatto l’estetica Do it yourself.

5. The Clash – “London Calling” (1979)

The Clash – “London Calling” (1979)

Pennie Smith con la sua macchina fotografica, al Palladium di New York nel settembre 1979, imprime su pellicola forse l’immagine più iconica di tutta la storia del rock’n’roll: Paul Simonon dei Clash sta per distruggere il palco grazie al suo fido basso elettrico. Scritte rosa e verdi come quelle di un vecchio disco di Elvis saranno aggiunte al mitico scatto ed ecco una delle copertine più rock’n’roll di tutti i tempi.

4. Descendents – Milo Goes to College (1982)

Orgoglio nerd. In questa copertina è raffigurato uno stilizzatissimo secchione che ritrae Milo Aukerman, cantante della band. Una volta frequentato il college, Milo diventerà un importante professore e ricercatore di chimica. Jeff Atkinson è l’illustratore.

Descendents – Milo Goes to College (1982)

3. MDC – MDC (1982)

Copertina di Carlos Lowry per la cover del primo album di questa band decisamente radicale (se siete curiosi andate a vedervi che cosa significano le lettere dell’acronimo) di Austin, Texas.

MDC – MDC (1982)

Il disegno raffigurato in copertina è un murales di Raul Valdez, artista che nella propria arte ha da sempre coniugato contenuti antifascisti e antimilitaristi ed elementi della pop art di Warhol con lo stile di Lichtenstein.

2. Green Day – Dookie (1994)

Un “Dov’è Wally?” punk. Come una rubrica de La Settimana Enigmistica ma senza una vera soluzione. Quella di Dookie è una copertina da guardare e riguardare mille volte, alla ricerca di un filo conduttore per le vicende dei personaggi immortalati nella fantasia dell’illustratore Richie Bucher. Con questo stile a volte leggero, a volte decisamente più impegnato, i Green Day diventeranno presto la più famosa punk band dei tempi moderni.

1. Ramones – Ramones (1976)

Inimitabili, totalmente distaccati, fighissimi. I quattro ragazzi newyorkesi del Queens. Questo scatto che li ritrae nudi e crudi con le spalle al muro è di Roberta Bayley, ma sarà un altro artista, Arturo Vega, a stabilire con il gruppo un sodalizio indissolubile fino a venire ricordato come il quinto Ramone. Suo il famoso logo della band che oggi tanto spopola tra i ragazzini e i rockers della domenica.

Ramones – Ramones (1976)

Vega prese il sigillo repubblicano americano e ne fece un ripoff coi nomi circolari dei quattro componenti. Nelle zampe l’aquila presidenziale stringe una mazza da baseball da dare in testa ai marmocchi, come nel testo di uno dei pezzi più famosi della band di Joey Ramone “Beat on the brat”.

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