I Pokemon dopo McLuhan e Roland Barthes: il Capitalismo non è mai stato così social

Se condividi il tuo post e ci metti una bella idea, forse poi gli altri ti fanno like: è questa la sublimazione dell’estetica pop. Non so se ti succede, ma io ogni volta che sono di fronte ad un’opera Pop sento vibrare due tensioni. La prima è una voce che grida (con chiaro accento yankee) THIS IS NOT ART mentre l’altra si impone con foga I AM ART. Come a suggerire che le immagini dalla cultura di massa – volgari, immeritevoli di una consacrazione estetica – ritornano virtualmente inalterate come materiali dell’attività dell’artista. È con il rilancio dell’estetica pop che, negli anni in cui il marketing inventa i giovani, si rovesciano i valori: ‘brucia ciò che hai adorato, adora ciò che hai bruciato’.

Perchè la Pop Art è una grande botta di novità nella Comunicazione?

La Pop Art cambia la storia della grafica. La grafica prende la tangente, in un’interminabile dialettica di scatole cinesi si apre una fase nuova della cultura tipografica. La scatoletta diventa packaging di design e fumetto, è l’emblema della cultura post-letteraria. La Pop Art stravolge il senso della fotografia. La fotografia è stata a lungo affascinata dalla pittura, per cui passa ancora come il parente povero. La Pop Art ribalta questo pregiudizio: il fotografo spesso diventa l’origine delle immagini che la Pop Art propone. Né ‘pittura d’arte’ né ‘fotografia d’arte’ ma un misto senza nome.

Mario Schifano – No!

Ancora un esempio del capovolgimento. Se fino agli anni 60 la fotografia si era guadagnata con le unghie e coi denti lo status di forma d’arte, ora lo perde improvvisamente diventando uno strumento dell’arte (Pop) che ne fa qualcosa di altro, indefinito. Nulla di più contrario all’arte che la nozione di essere il semplice riflesso delle cose rappresentate.

Una profezia di Marshall McLuhan: “L’età pittorica è finita: incomincia l’età iconica”. E’ l’età dell’immagine tecnologica seriale. Nell’importantissimo capitolo XX di Understanding Media McLuhan anticipa le procedure interne all’arte pop, ed è proprio un capitolo dedicato alla fotografia in cui riesuma lo spettro della mercificazione nell’ormai nota immagine della prostituzione, unica, definitiva, dichiarata ontologia sociale del capitalismo.
La meccanica della fotoriproduzione, il fascino del narcisismo collettivo incarnato dal selfie e quantificabile in quell’ubiqua valuta che è il like, moneta della reputazione.

Umberto Mariani, Babette au telephone, 1968, acrilico su tela

Tutt’insieme su le mani!!! Andiamo a protestare, andiamo a protestare fin che non ce n’è più. Andiamo a consumare la protesta!

La macchina fotografica trasforma le persone in cose, e la fotografia estende e moltiplica l’immagine umana alle proporzioni di una merce prodotta in serie. Le dive del cinema e gli attori più popolari dati in pasto al pubblico. Diventano sogni che col denaro si possono acquistare. Possono essere comprati, abbracciati e toccati più facilmente di una escort.
Per questa sua componente di prostituzione tutto ciò che è prodotto in serie incute spesso un certo disagio. Ecco allora che si ripara nell’indiecraft, nelle autoproduzioni, nei matrimoni alternativi. I figli di papà si travestono da punk, il marketing manager si reinventa maestro di yoga. E’ l’orrore della serialità che ci fa sentire popular e cheap.

All’estetica Pop non gliene frega un cazzo e considera la serialità un valore. L’unicità sta proprio nel talento di diventare un’infinita replicazione.

Dio benedica i selfie di Belen Rodriguez. Brucino i circuiti alternativi, le band undergound, le fanzine, le t-shirt handmade, lo street food di ricerca, il design in limited edition, gli stilisti off, i cantautori, i locali di Milano dove paghi 30 euro un cocktail perché è servito nel barattolo di conserva della nonna.

La dinamica interrotta che sostiene tutta la cultura Pop sta in un’esperienza globale nel quale il deja vu è inedito e il nuovo è già vissuto. E’ una realtà già elaborata dai media, una visione globale accompagnata dal suo commento tecnologico. C’è Twitter, c’è Snapchat, c’è Pokemon Go e il mondo è una specie di museo di oggetti che abbiamo già incontrato in un altro medium.
E’ la commovente cultura onnicomprensiva del riconoscimento, il citazionismo elevato a formula esistenziale. Siamo già davanti a una poetica pop che si muta in postmoderno.

Per Roland Barthes, alla fine della fiera “la Pop Art è un repertorio di metalinguaggi: il pop produsse delle opere la cui cultura non costituiva più l’essere, ma soltanto il riferimento: l’origine si perdeva dunque a tutto vantaggio della citazione”.
Anarchia di significazioni, strategia incontrollata di citazionismo, la dimensione popular profana l’arte, che si aliena. Andiamo a spersonalizzarci senza essere anonimi, andiamo a iconizzarci l’io!

C’era una volta Venere, mito della bellezza. Poi venne Marylin, mito parassita del mito della Venere greca. Poi fu la volta della Marylin pop, mito parassita della Marylin che era già mito parassita di Venere.

Barthes indica nella significazione mitica il cuore ermeneutico della realtà. Per Mc Luhan la trama delle relazioni che il soggetto intesse con la società, e il mondo, poggia sull’assioma per cui “il contenuto” di un medium è sempre un altro medium.

Con la Pop art mi accorgo quanto Barthes sia distante da Mc Luhan, quanto sia difficile condividere le stesse catene di significazione dell’editore del catalogo e soprattutto che il caffè della macchinetta della serra della Villa dei Capolavori fa lo stragiro. (consiglio vivamente il cappuccino con mou e rhum).

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