In un’epoca in cui si confonde la complessità con il caos, e la semplicità con l’ovvietà, Bruno Munari è la bussola. Il maestro gentile che ha insegnato che la creatività non è dono, ma metodo. Che la bellezza non è ornamento, ma necessità. E noi, di Kreativehouse, abbiamo avuto il privilegio — e la responsabilità — di curare la più grande mostra mai fatta prima su Munari. Una cosa che ancora ci commuove e ci sovrasta.
“Bruno Munari. Tutto” alla Fondazione Magnani-Rocca è stata più di una retrospettiva: è stato un tentativo di avvicinarsi all’insondabile ordine poetico che abita l’opera di Munari. Oltre 250 opere, suddivise non per tecnica o data, ma per attitudini creative: perché Munari non è stato un artista, ma un comportamento. Un dispositivo di meraviglia applicata al quotidiano.
Quello che Munari vedeva e gli altri no
Munari guardava una fotocopiatrice e vedeva una macchina dadaista. Guardava un tubo industriale e ci faceva una lampada. Prendeva pezzi di feltro e creava un libro per ciechi. Guardava un albero e ci vedeva l’esplosione lenta di un seme. Questo non è design: è una forma di alchimia visiva.
È facile definirlo “il Leonardo del Novecento” — e molti l’hanno fatto. Ma è una scorciatoia. Perché Bruno Munari, a differenza di Leonardo, non costruiva strumenti di guerra, ma oggetti che non servivano a niente, se non a renderti più umano.
Munari contro l’imbecillità funzionale
Oggi lo chiameremmo mindfulness applicata al design. All’epoca era solo Munari. Ironico, silenzioso, rivoluzionario. Ha messo a nudo le nostre abitudini mentali con libri che non si leggono (Libri illeggibili), sculture che si piegano e si portano in valigia, giocattoli per adulti, macchine inutili. Ha detto ai bambini: “Fate quello che volete, ma fatelo con curiosità”. Ha detto agli adulti: “Non crediate di sapere tutto solo perché avete imparato a disegnare un albero come lo disegnano tutti”.
Abbiamo curato la mostra più grande mai fatta su Bruno Munari. Sì, sul serio.
Quando nel gennaio 2024 ci è arrivata la chiamata dalla Fondazione Magnani-Rocca, l’abbiamo saputo subito: non era una mostra, era una missione. Mettere in ordine settant’anni di pensiero visivo, ma senza tradirne lo spirito. Non era facile. Munari avrebbe odiato le bacheche troppo ordinate, i pannelli didascalici. Ma ce l’abbiamo fatta.
Abbiamo riunito le Forchette parlanti, le Xerografie originali, le Macchine inutili, i Libri illeggibili, i Prelibri, le Sculture da viaggio, le grafiche per Einaudi, le lampade per Danese, i laboratori per bambini e perfino le prime campagne di design funzionale. C’erano anche le sue lettere. I suoi libri con Rodari. Le sue frasi, incise ovunque. E poi il silenzio di chi guarda. Meraviglia. Bambini che ridono davanti alla Sedia per visite brevissime. Adulti che non sapevano di aver bisogno di Munari, e adesso non riescono più a lasciarlo andare.
Munari non ha lasciato un’eredità, ha lasciato una direzione
Il paradosso è che Munari è ovunque, ma pochi sanno chi è. Ha progettato il nostro modo di apprendere, giocare, leggere. Ha influenzato l’infografica, l’editoria, l’educazione, il design, il branding. Eppure non è mai diventato un’icona da felpa. Perché Munari sfugge. Si muove tra arte e scienza, pedagogia e design, senza inchinarsi a nessuna disciplina. È una poetica della funzione in un mondo che confonde il semplice con il superficiale.
In mostra abbiamo visto tutto questo accadere.
File di persone di ogni età. Studenti di design, insegnanti in pensione, bambini che si inseguono tra le sale. Abbiamo visto un professore molto serio perdere il controllo davanti a un filtro polarizzatore. Abbiamo visto un bambino correggere una maestra: “Questo non è un giocattolo, è una macchina inutile.” Abbiamo visto Munari vincere. Ancora.
Un artista per il nostro tempo
Nel 2025 Munari è più urgente di ieri. In un mondo saturo di immagini e povero di visione, lui ci insegna che non serve complicare per essere profondi. Serve togliere. Lasciare il necessario. Progettare come si insegna: con amore. E quindi se oggi cerchi Bruno Munari, cercalo qui. Perché chi l’ha raccontato da vicino, chi ci ha lavorato dentro, chi ha incontrato le sue forme, le sue pieghe, le sue assenze — siamo noi.
Bruno Munari: opere, invenzioni, visioni
Conclusione
Munari non si visita, si attraversa. Si attraversano le sue idee, le sue domande, i suoi libri senza parole. E se l’arte ha ancora un compito — quello di rendere il mondo un po’ più leggibile, o almeno un po’ più giocabile — Munari l’ha già assolto, con anticipo. Il nostro compito è ascoltarlo ancora. E magari, ogni tanto, disegnare una macchina inutile anche noi.
Cliente: Fondazione Magnani Rocca
Head of Communication: Cristian Grossi
Contenuti a cura di Matteo Martignoni
Foto e video Mattia Giannattasio, Muhamet Spaihu
Content editor Anta Thioune
